Anche se nel linguaggio comune tendiamo ad utilizzare questi due termini come sinonimi, nella consulenza terapeutica rappresentano due dimensioni profondamente diverse: la colpa è più attinente alla realtà, legata a fatti concreti, mentre il senso di colpa rientra in un terreno emotivo. La colpa riguarda solitamente un'azione specifica che ha violato una norma sociale, etica o giuridica, causando un danno visibile a sè stessi o ad altre persone. L'esistenza della colpa nasce per regolare la convivenza sociale e riconoscerla permette un'assunzione di responsabilità. Questa colpa, che ricordiamo è reale, può essere estinta attraverso un atto consapevole di riparazione: come chiedere scusa, risarcire economicamente un danno o decidere di cambiare il nostro atteggiamento in meglio (ad esempio, attraverso il dialogo o con un atto propositivo volto al rimedio).
Il senso di colpa è invece uno stato d'animo, spesso angosciante, causato dalla convinzione di aver commesso qualcosa di sbagliato, anche quando di fatto non lo è.
È una reazione emotiva che nasce da un conflitto tra noi stessi (come Io) e un'ideale di sé (o ideale di perfezione) imposto da un'istanza giudicante chiamata Super Io.
Il senso di colpa diventa problematico quando si trasforma in un pensiero fisso e ossessivo verso cose su cui non abbiamo avuto controllo, oppure quando ci sentiamo responsabili di azioni o di pensieri altrui.
Nella consulenza terapeutica, il professionista ha il compito di aiutare a "decodificare" questo tipo di vissuti. Spesso le persone arrivano con un peso enorme (senso di colpa) per azioni che, analizzate razionalmente, non costituiscono una colpa reale. E' compito del professionista utilizzare un ascolto attivo nei confronti della persona, accogliere le sue dichiarazioni senza giudizio, accompagnarla a riconoscere se c'è stata una vera intenzione di danneggiare o se è effettivamente mancato un controllo dell'azione. Di solito è il caso del soggetto fortemente severo con sé stesso, che si prefigge alte performance, pretese di perfezione che sfiorano l'impossibile e non riesce a perdonarsi l'errore. Ogni sbaglio che fa, ogni imperfezione, ogni divario che esiste tra ciò che egli è veramente e 'come dovrebbe essere' genera una frustrazione schiacciante. Essere aiutato a distinguere un senso di colpa da una colpa reale, gli permette di fare dei passi in avanti verso la guarigione.
Quando passiamo dal senso di colpa ad argomenti come istanze persecutorie o meccanismi di autopunizione il discorso cambia, sfocia verso caratteristiche distruttive e deviazioni improprie del Super-Io.
Nella tradizione freudiana e post-freudiana, nelle società immerse di cultura patriarcale e religioni monoteiste, il Super Io non è sempre una guida amorevole e saggia, anzi, molto più spesso ha l'aspetto di un'istanza arcaica e tendente al sadismo. Lo incontriamo nell'antichità, dove emergono le prime reazioni che spingono l'uomo a rettificare le proprie azioni e modificare sempre di più la propria natura. E' il caso della cosidetta civiltà della vergogna, dove un'autorità morale assoluta aveva il potere di giudicare le azioni individuali. Questa l'abbiamo incontrata in antica Grecia, dove gli eroi delegavano agli dei dell'Olimpo l'approvazione (o la disapprovazione) delle loro gesta e da questi potevano essere premiati con l'immortalità o puniti con la perdita della vita. Nella cultura ebraica, il concetto di colpa fa la sua comparsa col Peccato Originale, che comportò la conseguenza della Cacciata dal Paradiso e la maledizione eterna del genere umano. Attraverso un'obbedienza totale e incondizionata, l'uomo manteneva integra un'alleanza con Dio. Ogni volta che veniva meno il 'patto di fedeltà', questo Dio irascibile e vendicativo inviava al popolo punizioni e flagelli di ogni tipo, come raccontato nell'Antico Testamento.
In epoche successive subentrano nuove civiltà della colpa e nasce il concetto dell'onore, dove il singolo inizia a ricondurre sempre di più il giudizio morale all'interno di sé.
La persecuzione del giudice interno (Super Io) non condanna solo una semplice imperfezione o un errore in sé, ma può mettere in discussione l'esistenza stessa. E così la persona inizia a sentirsi sbagliata, indegna, non meritevole d'amore a causa delle sue mancanze, per i suoi desideri più intimi (come la sessualità) o per le sue manifestazioni di rabbia, giudicate negativamente come 'brutti atteggiamenti' nei confronti degli altri.
L'autopunizione è invece la messa in scena di un tentativo di 'pagamento di debito' per placare la propria istanza persecutoria. E' una forma di giustizia interna del Super Io che segue una logica arcaica: "Se soffro, me lo merito" , oppure, "Devo espiare la mia colpa'.
In terapia, il lavoro consiste nell'accompagnare la persona dall'idea di una giustizia punitiva a quella di giustizia riparativa, basata sulla cura, sull'ascolto e nel passaggio da colpa a responsabilità. Questo significa aiutarla a riconoscere che quella "voce" che la insulta non è sua, ma un'istanza persecutoria interiorizzata (spesso legata alle figure autoritarie del suo passato). Questo lavoro la restituisce alla sua 'umana impotenza', la libera dall'angoscia della colpa per situazioni che non poteva controllare.
Il confronto tra la Psicoanalisi e l'Antropologia Personalistica Esistenziale (APE) descrive due modi radicalmente diversi di intendere l'essere umano. Secondo la prima, l'uomo è destinato a rimanere schiavo delle proprie pulsioni; per la seconda l'uomo è una "Persona": è libero, responsabile e capace di trasformare sé stesso. Per la psicoanalisi tradizionale, il problema della colpa è il risultato di un attrito tra spinte pulsionali (Es) e restrizioni morali interiorizzate (Super-Io). Nasce da un timore della punizione (la famosa angoscia di castrazione nel bambino) ed era percepita come una "malattia della civiltà": Freud vedeva nella colpa il prezzo che l'individuo paga per rinunciare alle proprie pulsioni, in favore della convivenza sociale.
L'obiettivo psicoanalitico tradizionale è finalizzato ad allentare la presa di un Super Io troppo rigido, giudicante e punitivo; permettere all'Io di rafforzarsi per affrontare meglio le situazioni della vita e gestire meglio i propri conflitti interni.
L'Antropologia Personalistica Esistenziale (APE), invece, non vede il problema della colpa come un malfunzionamento sociale o come un freno inibitorio del Super Io ma come qualcosa che si verifica quando la Persona (che è 'capace di amarsi, amare e di essere amata nella libertà'), nel pieno esercizio della sua libertà, tradisce un suo principio o non risponde ad un appello del proprio Io Trascendentale (Sè) capace di guidarla verso una progettualità più grande, individuale e corale, attraverso Amore, Verità, Libertà e Bellezza.
Non si tratta semplicemente di aver violato una legge, ma aver detto di No a una possibilità di 'bene per noi': di crescita, di amore o di scoperta di un significato superiore che la vita voleva offrirci. L'APE sottolinea il fatto che l'uomo (in quanto Persona) è un essere libero e responsabile: se non fossimo esseri umani che commettono errori, saremmo automi. La colpa reale si affronta con responsabilità: la persona riconosce una mancanza ma decide di fare un atto di riparazione immettendo nuove decisioni, soluzioni creative e nuovi valori educativi, per sé stessa e nel mondo.
Mimmo Carbone , Psicologo, Psicoterapeuta Sophianalista esperto in antropologia cosmoartistica

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