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“Lunedì, ore 15:00”


“Lunedì, ore 15:00”

  • Mara Rossano

Il lunedì è da sempre percepito come il giorno più pesante della settimana, quello in cui si ricomincia la routine, e proprio il lunedì alle ore 15:00 cadeva l’appuntamento settimanale con me stessa, un lunedì, solo apparentemente qualunque, ha ufficialmente dato inizio al cambiamento della mia vita.

Ho deciso, sotto consiglio del mio terapeuta, di riportare quello che è stato il mio percorso, un diario di bordo della mia navigazione in mare aperto, a volte tempestoso, ma necessario e bellissimo.

Durante il mio percorso di psicoterapia ho imparato un’infinità di cose, grazie alle quali ho potuto evolvermi, conoscermi, capire tanti “perché”: perché gli attacchi di panico, perché il disturbo alimentare, perché il sentire di non poter essere felice. Quando ho iniziato il mio percorso la prima volta, più o meno nel 2018, l’unica cosa che volevo era non avere più gli attacchi di panico, inconsapevole di tutto ciò che avrei scoperto.

La prima cosa che ho imparato è stata l’importanza della mia infanzia, momento fondamentale per il formarsi della mia personalità e delle difficoltà riscontrate solo più tardi, in età adulta. In realtà grazie a questo percorso, ancora in corso, ho capito che la mia personalità era formata anche, anzi, per lo più, dal frutto delle mie convinzioni, che, come tali, si sono spesso rivelate inesatte, se non addirittura false. Con il risultato che quel dolore che ero convinta arrivasse dall’esterno, la maggior parte delle volte era dato da mie incomprensioni: ero io che non capivo qualcosa, o non la accettavo, o volevo dare a una situazione un significato diverso da quello che realmente aveva; era, magari, un cercare una risposta che non trovavo semplicemente perché mi ponevo la domanda sbagliata. Ho quindi dovuto imparare prima a domandare, e solo dopo a rispondere.

Ciò non toglie che, comunque (a quanto pare) la mia infanzia è stata importante perché è in quel momento che ho ottenuto degli esempi da parte degli adulti che mi circondavano, prima di tutto dai miei genitori, e solo da adulta ho dovuto imparare a capire che se una cosa l’avevo sempre vista e vissuta in un determinato modo, non per forza era la “normalità”, non per forza era giusta, ma potevo cambiare ciò che mi faceva stare male, ciò che non mi piaceva. Questa è stata una grande e bellissima scoperta, ma che all’inizio mi spaventava parecchio, e all’inizio non l’ho fatta subito mia, anzi l’ho vissuta come una responsabilità enorme e sentivo di non avere le capacità per farlo. “Dipende da te”, era una frase che mi faceva tremare di paura, ora che questo concetto l’ho assorbito non tornerei mai indietro, non farei scegliere a qualcun altro la mia vita e la mia felicità. Capire questo è stato fondamentale per smettere di incolpare altre persone, i miei genitori, o i miei amici o partner, per le scelte fatte e poi reputate sbagliate.

In particolare e per quel che riguarda la mia adolescenza e il periodo precedente la terapia, ero arrabbiata, ma non solo, provavo tante emozioni tutte insieme a cui solo in seguito ho imparato a dare un nome; ma in quel periodo specifico, che ricordo come un turbinio di sensazioni ed emozioni senza senso, due emozioni erano la base delle mie azioni e pensieri: la paura, spesso irrazionale, ma fortemente radicata, di qualsiasi cosa; e la rabbia, che esplodeva all’improvviso, degli attacchi di rabbia che non riuscivo a controllare, a cui non riuscivo a dare un nome e che spesso e volentieri andava scemando in pochi minuti trasformandosi in senso di colpa, senso di inadeguatezza, dolore e panico.

Ci sono voluti anni affinché io capissi la sua origine, mi sono impegnata tanto a questo fine perché ero stanca di essere sempre arrabbiata, mi ricordo che durante le prime sedute ero arrivata addirittura ad usare per tutti e tutto la parola “odio”, ad affermare che non volevo liberarmene perché ero composta da questo, solo dopo anni ho capito che era dolore mascherato, una protezione che usavo per difendermi dal dolore che provavo, dal male che ero convinta ricevere dall’esterno.

Per anni sono stata convinta di essere quella, fino a quando ho capito che quella rabbia proveniva dal rapporto con i miei genitori, la provavo nei loro confronti: mio padre perché se n’è andato, di fatto abbandonandoci, mia madre perché è morta, i mille trasferimenti quando ero bambina, il non aver potuto scegliere la scuola che volevo, l’essere dovuta diventare indipendente. Perdonando tutto questo non sono più stata sempre arrabbiata.

È stato un percorso lungo e difficile, che è partito dall’accettare di essere arrabbiata con loro, non è stata un’accettazione automatica, perché mi sentivo in colpa. Oggi sono grata, so riconoscere i loro comportamenti, e alcuni li reputo sbagliati senza sentirmi in colpa, allo stesso tempo so riconoscere il buono che hanno fatto per me.

Ma andiamo per gradi: quando sono nata, nel 1994, i miei genitori erano molto giovani e negli anni ho capito che prima di essere genitori sono state persone, come tali imperfette per natura, e che erano al mondo per la prima volta come me.

Capire questo mi è servito per tutte quelle volte in cui li ho ritenuti responsabili e li ho incolpati per le mie scelte di vita che poi si rivelavano non giuste per me, è vero che ho sentito la mancanza di una figura genitoriale più autoritaria, che mi facesse da “guida” in alcuni momenti particolari (come la scelta di non andare più a scuola) però è anche vero che poi è diventata un’abitudine per me, ogni volta che vivevo qualcosa come un fallimento, davo la colpa a loro anche quando la scelta era solo mia.

Sin da bambina sono stata autonoma e indipendente, con una personalità forte e descritta avere un carattere difficile e ribelle, e qui è nata una delle prime convinzioni: perché ero vista come ribelle? Mi sono dovuta chiedere se lo fossi davvero. Rispetto le regole? Sì, mi provocano disagio? No. Ciò che mi crea fastidio è quando vivo qualcosa come un’imposizione, quando questa mi arriva dall’esterno senza aver ascoltato ciò che ho da dire (ora come allora).

Tornando indietro con la memoria, infatti, ricordo che era proprio questo il motivo che, probabilmente, mi aveva fatto etichettare come ribelle agli occhi degli altri, ricordo momenti in cui volevo solo raccontare qualcosa ma magari era ora di correre, di andare, non di raccontare una storia, e allora una mia protesta si trasformava, agli occhi dei grandi, in ribellione, in capriccio.

In realtà questo contrastava un po’ con l’altra “etichetta”, quella di brava bambina: “Mara era una bambina proprio tranquilla, giocava da sola, non si lagnava mai, potevi portarla ovunque”, col tempo ho capito che non è una contraddizione: ero brava perché ero autonoma, ero indipendente, a volte anche emotivamente, un bambino perché è bravo? Perché non è capriccioso, perché non crea fastidio, perché gioca da solo. Ero brava perché non dicevo quando stavo male, non perché stessi bene, e infatti il collegamento fra le due cose risiede nel fatto che quando provavo ad esprimere un disagio, allora ero ribelle e capricciosa.         Negli anni poi ho capito che, essendo una bambina emotiva, quei disagi venivano espressi in modo “focoso”, passionale, facendomi risultare esagerata su ciò che provavo. Comunque, il riassunto di tutto è che non mi sono sentita ascoltata e vista quando ero bambina.

Riguardo il mio essere emotiva, sono stata una bambina (ma anche adulta) a cui veniva la febbre se vedeva la sua zia preferita a sorpresa dopo tanto tempo, e che vomitava il primo giorno di scuola o alle recite, per l’emozione.

Tale emotività ho imparato a gestirla con la terapia, non perché io sia meno emotiva oggi, ma perché sono in grado di riconoscere le mie emozioni e gestirle. “Perché ho paura?
cosa mi provoca ansia? Qual è la difficoltà che sto vivendo?”
E così via, per rendermi conto, rispondendo, che la maggior parte delle volte non c’è motivo per essere spaventata, sono semplicemente abituata ad esserlo, se non ho paura di fare qualcosa mi sembra strano, o meglio, mi è sembrato strano per tanto tempo prima di riuscire a dirmi “non è vero che non hai paura, ce l’hai eccome, ma la stai gestendo, comandi tu e non lei” che tradotto significa “hai imparato a farlo, sei brava”, cosa che nel passato ho sempre avuto difficoltà a dirmi.

Ogni emozione l’ho sempre percepita al 200%, la felicità, per qualcuno troppa per cose troppo piccole, la rabbia altrettanto, e la paura, spesso irrazionale.

Credo però che la paura sia iniziata crescendo, se penso alla me bambina e adolescente non ricordo la paura come emozione principale, anche se c’era, ho sempre associato questo al coraggio, mi sono reputata sempre una persona coraggiosa, sin da bambina, questo in collegamento col fatto che dovevo essere spesso autonoma, dovevo difendermi da sola e non potevo perdere tempo ad avere paura. Non era la paura ma la rabbia, il mio motore, che io trasformavo in azioni, la maggior parte delle volte sbagliate. Con l’età adulta ho, infatti, capito che quello che io chiamavo coraggio a volte era, invece, impulsività, a volte anche incoscienza: buttarmi in una nuova relazione, in un nuovo lavoro, andare a convivere, lasciare la scuola, farmi un tatuaggio; quasi nessuna scelta della me adolescente e giovane adulta è stata ponderata, tra i 17 e i 25 anni ricordo solo un enorme caos.

Si tratta dell’età dove ho iniziato a compiere le mie scelte da sola, non avevo più bisogno di chiedere a mia madre, di confrontarmi, anche se si è trattato di ufficializzare una situazione che in realtà esisteva da sempre, e tornando indietro con la memoria posso rendermi conto di quanto io avessi percepito la felicità e soddisfazione di mia madre nel vedermi, a quel tempo, realizzata, autonomia nelle mie scelte, pronta per compierle in autonomia. Non lo ero, non lo capimmo né io, né lei, ma questo l’ho potuto capire solo con la terapia e con una nuova consapevolezza matura e adulta.

Comunque sia, mi dovevo difendere, ma da cosa? Mi difendevo da sola dalle prese in giro, che si verificavano in quasi tutti i contesti sociali, e spesso se lo raccontavo non venivo nemmeno creduta, o comunque gli episodi venivano sminuiti (non solo dai miei genitori, ma anche da altre figure di riferimento, ad esempio le insegnanti).

Anche qui, ciò che ricordo andando indietro con la memoria non è la paura, ma la rabbia, non capivo perché facevano così. Forse ero troppo timida? Troppo brutta? Troppo qualcosa? Quindi automaticamente era colpa mia, se mi prendevano in giro in fondo qualche motivo forse doveva pur esserci.

Crescendo non mi sono mai data una risposta sui motivi, e forse non mi è mai nemmeno servito, perché l’importante per me è l’aver imparato a riconoscere il mio valore, e di conseguenza a portarmi rispetto, ponderando al meglio le mie scelte. Non offrendo il mio valore a qualche persona o situazione per cui non vale la pena.

Essere oggetto di prese in giro mi ha portato a chiudermi, portandomi ad un’altra convinzione che per tanto tempo ha condizionato la mia vita: quella di essere timida. Sono stata convinta di questo per anni, ma non è mai stato vero. Io mi vergognavo di parlare, di ridere, di fare qualcosa, solo perché ero convinta che sarei stata presa in giro per qualsiasi motivo, tramite questa situazione mi sono costruita quello che ho rinominato il mio “quadratino anti-gente”, che ad oggi posso dire, felicemente seppur con qualche accenno di paura, che non esiste più.

Oggi sono me stessa, sono esuberante, rido rumorosamente, di certo non sono timida, e ho una grande, e del tutto nuova, voglia di conoscere persone nuove, (realtà nuova per una persona che da bambina non partecipava nemmeno alle gite di classe per evitare di frequentare altra gente).

Ad oggi se qualcuno non apprezza la mia spontaneità e il mio essere “frizzantina”, affermo che è un problema loro, non mi sento più sbagliata; ma questo non deve essere confuso con l’egoismo, con il “sono fatta così e basta”, bensì come apertura verso l’altro, sono comunque in grado di auto criticarmi, di mettermi in discussione (forse ancora un po’ troppo), sono consapevole di poter migliorare, e voglio.

Resto consapevole del fatto che il modo con cui scelgo di pormi alle persone è una mia responsabilità, che una loro qualsiasi reazione è frutto, anche, dei miei comportamenti, non voglio certo dire che chi non mi apprezza ha un problema con me e tanti saluti!

Ad oggi posso (finalmente) dire di essere stata brava a circondarmi di persone adatte a me, che sono state parte (anche involontariamente) di questo processo di auto-realizzazione e auto-apprezzamento. Quindi ho la prova che a qualcuno vado bene così come sono, senza snaturarmi o annullarmi, ed è stato un feedback decisivo per il mio percorso, perché mi ha fatto capire che è vero ciò che sembra una frase fatta: se ti apprezzi, se ti rispetti, se ti vuoi bene, anche gli altri lo faranno. Se non ti accetti, se vivi nel caos, se non sai nemmeno tu che strada stai percorrendo, ti imbatterai in persone che non riconosceranno il tuo valore, perché neanche tu lo riconosci.

Tornando al mio “quadratino”, sono felice di averlo eliminato, ma sono grata per la corazza che mi ha donato, che in tanti momenti mi è servita. Ecco, questo quadratino occorre guardarlo da due punti di vista, uno che posso definire negativo, e uno che un tempo definivo “positivo” (ma che assolutamente non lo è), la mia felicità di non aver più bisogno di questi confini, vale per entrambi.

Il punto di vista negativo è quello collegato alla mia vecchia convinzione di essere timida, di non sapermi integrare, conoscendomi meglio ho scoperto che, semplicemente, non era vero. Ho scoperto di essere estroversa e socievole, a onor del vero ho dovuto accettare di essere composta da sfumature, non è tutto bianco o nero, vivono in me entrambe le cose: sono anche riservata e introversa in alcune situazioni.

Quello “positivo” (che in quel momento percepivo come positivo per me) riguarda, invece, l’affidamento su altre persone. Se è vero che per tanto tempo ho incolpato le persone della mia vita per me negative riguardo le mie scelte, questo accadeva anche in senso contrario: i progressi, i risultati positivi, (riuscire a mangiare un cibo nuovo, un esame superato all’università), erano sì merito mio, ma possibile solo grazie al supporto di qualche persona che in quel momento aveva creduto in me più di quanto l’avessi fatto io.

Ad oggi ho imparato che questo non solo non è necessario, ma è anche pericoloso. Per questo io ho scelto di non dipendere dall’opinione degli altri, nemmeno delle persone importanti per me.

Sono felice di essere circondata da persone che mi vogliono bene, che mi danno consigli, che mi ascoltano, e non trovo niente di sbagliato nell’appoggio emotivo, nel supporto, nel “se condividiamo questo peso sarà meno faticoso”, però ho imparato a farlo in modo sano.

Diciamo che in questa consapevolezza è racchiuso un po’ tutto il mio percorso: se prendo una decisione sbagliata la responsabilità è mia, se faccio un progresso sono stata brava.

Inoltre, intorno a me certo che la vita è in continuo movimento, ci sono le persone, le situazioni, gli imprevisti; ma ciò che ho imparato è che non posso controllare tutto, né gli eventi, né le persone e le loro emozioni, né i loro comportamenti nei miei confronti, e che se ho bisogno di un punto fermo non ho bisogno di cercarlo chissà dove: perché lo trovo in me stessa.

E da quando l’ho trovato, intorno a me non c’è stato più caos.

O meglio, a periodi c’è stato e a volte c’è ancora, ma viene percepito in maniera diversa, come qualcosa di risolvibile con la “semplice” fiducia in me stessa.

Sicuramente, quando tentavo di controllare il mondo che, ovviamente, mi sfuggiva, il caos sembrava molto molto più grande.

Uno degli insegnamenti più belli e preziosi della terapia, che all’inizio mi ha fatto sentire tanto stupida, è stato quello di scoprire che tutto il caos che vedevo, che mi sembrava enorme, illimitato, con il quale ero arrabbiata, e dal quale mi sentivo distrutta, ero io che lo creavo, e allo stesso modo avevo dentro di me il potere di distruggerlo.

Oggi non vivo in una bolla, sono consapevole di ciò che succede all’esterno, ma “semplicemente” ho capito che la soluzione si trovava nella più, apparentemente, banale delle consapevolezze: provo a cambiare ciò che non mi piace e cerco di accettare ciò che non posso cambiare, accettando che tante cose non è in mio potere cambiarle.

Non vivo rincorrendo quello che non ho, ma cerco di “surfare” sugli eventi della vita e sulle emozioni, impegnandomi a non preoccuparmi per eventi che non sono ancora accaduti o, magari, non accadranno mai, cercando così di non impiegare le mie energie per qualcosa di vano.

Se in un periodo, ad esempio, mi sento produttiva, cerco di sfruttarlo al meglio, se un periodo mi sento stanca cerco di ascoltarmi, di rispettare come mi sento.

Questa non è la fine del mio percorso, e ne sono felice, perché non vedo l’ora di imparare ancora, di conoscermi ancora meglio. Per adesso, sono fiera di me, per essere arrivata a un punto che mi sembrava impossibile raggiungere.

Non da sola, ma grazie a Te. Anche se hai sempre detto che la guarigione dipendeva da me, mi hai indicato una strada che non vedevo. Anzi, meglio ancora: mi hai fatto vedere che una strada poteva esistere, ma dovevo scegliere io come costruirla, come arredarla, e grazie a Te ho capito che questa strada deve piacere solo a me, perché solo io dovrò percorrerla per sempre.

Ti ringrazio di una gratitudine vera, pura e sincera.


Mara Rosano

AMBITI DI INTERVENTO

  • Psicoterapia individuale
  • Psicoterapia di coppia
  • Psicoterapia di gruppo
  • Dipendenze (affettive, sessuali, alimentari, etc ..)
Dott. Domenico Carbone - Psicologo Psicoterapeuta a Roma
P.I. 00192768885

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